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ERMANNO FORONI - 13 maggio 2016

Se questi sono uomini

Walter Benjamin, a conclusione della sua Piccola storia della fotografia (1931), dopo l’intrigante annotazione che la fotografia può dischiuderci il “luogo di un delitto”, scriveva: “il fotografo – discendente di auguri e aruspici – non ha forse il dovere di svelare nelle sue immagini la colpa e di indicarne il colpevole? ‘L’analfabeta del futuro’ è stato detto ‘non sarà chi non conosce la scrittura ma chi ignora la fotografia’”. Intendeva, Benjamin, che la fotografia può cogliere indizi rivelatori su ciò che non viene visto. Ermanno Foroni (Reggio Emilia, 1958) si è incamminato, per la prima volta trent’anni fa e poi con tenacia e passione fino a fare della fotografia la ragione e il destino della propria vita, sulle strade aspre, spesso ostili, di un mondo in cui la fatica e la sofferenza ancora sono il pane quotidiano di milioni di persone, non certo per scelte e colpe nitidamente loro attribuibili. Partendo dal Brasile dei garimpeiros, che cercano l’oro in un ambiente che pare avere trasformato in realtà i gironi dell’Inferno immaginati da Dante, Ermanno si è calato con i “dannati della terra” nelle viscere di altre miniere (di carbone in Romania, d’argento in Bolivia, di zaffiri in Madagascar, d’oro e di coltan in Congo, di diamanti in Sierra Leone), e si è messo sulle tracce degli offesi e degli umiliati, dei vinti, a Sarajevo, in Palestina, Romania, Turchia, Marocco, Salvador, India, Bangladesh, Yemen, Kenia, Saharawi, Sierra Leone, Sud Africa, Afghanistan, Portogallo, e in “città-universo” quali New York, Parigi e Napoli. Non insegue, questo globetrotter, nella sua immersione “senza rete” nel reale, il fascino formale di immagini edulcorate, né la ricerca della “posa” o della “bella fotografia” – né tantomeno fa ricorso alle manipolazioni dell’elettronica –, ma la verità e l’immediatezza di occhi, visi, mani, corpi di persone che vivono immersi nel dramma della guerra e della povertà, e che davanti al suo obiettivo rivelano il volto sublime e la dignità dolente dell’umano. Foroni, svelandoci una condizione che ripropone l’attualità della considerazione di Primo Levi, è diventato il testimone – memoria che lui ci affida per l’oggi e per il tempo che verrà –, di uno sguardo e di una coscienza che scuotono ogni oblio e indifferenza.     

Sandro Parmiggiani
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